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Helmut Gargitter Guida Alpina e arrampicatore Da molti anni Helmut fa parte della squadra Vaude. Nessuno come lui conosce i prodotti, che prova in ogni occasione. Helmut pur essendo molto noto nel mondo dell´arrampicata per le sue imprese in giro per il mondo é rimasto quello di sempre.. Ha aperto con i suoi compagni Botte Renato e Pauli Trenkwalder molte vie nuove. Nelle Dolomiti la piú recente é la salita della parete del Sasso della Croce "Los lai hep schon 7a" aperta con materiali tradizionali insieme a Renato Botte. Aspettano a ripetizioni anche vie in Marocco - Oman - Venezuela - Iran. Su questa pagina seuge il racconto della sua avventura in Oman con Pauli Trenkwalder. Per contatti: garhel@alice.it

Il deserto di roccia perpendicolare dell’Oman Testo: Pauli Trenkwalder Foto: Pauli Trenkwalder & Helli Gargitter Ancora cinque ore e 20 minuti prima che il sole sparisca tra gli spuntoni di roccia. In questi giorni abbiamo osservato il corso del sole troppo attentamente per non sapere che che ci tocca sudare ancora. Ma i dei hanno pietà di noi e ci mandano un velo di nuvole. E anche se questo velo è sottile, attutisce la forza del sole e il calore insopportabile diventa “solo” una giornata calda d’arrampicata.
Siamo già così alti in parete, da sparire letteralmente in essa. Sopra di me, da qualche parte arrampica Helli, che sta cercando una via che ci porti fuori da questo impiccio. Io rimango appeso, conto le ore ed i minuti fino all’arrivo dell’ombra, conto i tiri di corda già arrampicati, ripetendoli nella mia mente, per non dimenticarli. Alla fine mi ritrovo a contare le borracce d’acqua. Ormai, spinti quasi da un’ossessione maniacale, contiamo e ricontiamo tutto gli oggetti per noi importanti.
I miei pensieri, là al mio punto di riposo, vengono interrotti ad ogni tiro di corda conclusa. Mi carico lo zaino in spalla, sgancio la sicura ed inizio a seguire Helli. Arrampico su un sasso calcare fantastico e ritiro tutte le sicure intermedie piazzate. Arrivato al prossimo punto di riposo elenco le cose che ho contato. Guardiamo insù per capire da dove e come continuare e una volta in più dobbiamo affrontare un nuovo tiro di corda. Tutto si ripete, solo i tiri aumentano, le ore fino all’ombra diminuiscono e l’acqua da bere si esaurisce con il numero di borracce rimasto uguale.
Già 10 anni fa Helli aveva in mente il Jebel Misht; lungo alcuni chilometri per un’altezza di 1000 metri. Oggi non riusciamo più a spiegarci perché allora questa parete per noi non era affatto attraente. I nostri amici come Oswald Oelz e Hanspeter Eisendle, che sono stati più volte in questi posti ad arrampicare, ci hanno informato come trovare le pareti di roccia dell’Oman. Nelle pareti circostanti loro ed i loro amici hanno eseguito alcune prime scalate. Altezze diverse, difficoltà varie, ma sempre lo stesso stile, del quale una delle loro vie è tipica espressione “Ramadan for Bolts”.
Nel 1979 la parete di mille metri del Jebel Misht è stata scalata per la prima volta dai francesi. In un’arrampicata di tre settimane si procedeva in ripida salita, per poi essere recuperati in vetta dall’elicottero del sultano. L’evento è stato poi fastosamente festeggiato nel palazzo, almeno così si racconta. La mia fantasia da mille e una notte conferisce un’ulteriore tocco romantico a tutta la storia. La realtà comunque è questa: io e Helli intendiamo arrampicare una nuova linea in questa parete. Visto che anche noi intendiamo andarci piano con i ganci cerchiamo una linea classica, ben assicurata, con la quale guadagnare velocemente in altezza. Dopo attenta osservazione con il binocolo scopriamo due vie possibili. Optiamo per quella sulla sinistra, la più avvincente.
Affinché il fattore calore incida il meno possibile sulla nostra avventura, stiamo ad escogitare ed a scervellarci. Dalle varianti più svariate (dove iniziamo, dove bivacchiamo) fino alla proposta di salire la vetta da nord per deporci l’acqua, ne pensiamo di tutte. Il deposito dell’acqua in cima è una prospettiva tranquillizzante, ma per noi troppo faticosa. Quindi optiamo per la “teoria cammello”. Il nostro piano è quello di bere il più possibile il giorno prima di accedere alla parete. Intendiamo riempire di acqua ogni singola cellula del nostro corpo. Il fatto che “ci scappa” di continuo e che io dopo la scalata di un’ora e mezza fino ai piedi della parete ho già sete, fa vacillare la nostra teoria.
Una settimana prima ero all’Istituto di psicologia di Innsbruck a sostenere la mia tesi di laurea. Attorniato da tre professori, i temi ai quali mi ero dedicato erano “gruppi sociali” e “training mentale” La relativa tesi aveva il titolo “Comportamenti sbagliati nell’arrampicata in palestra. Frequenza e cause”. Ora mi trovo appeso a questa parete, non trovo alcun appiglio per l’applicazione dei “gruppi sociali”, visto che siamo solo in due. Il “training mentale” non toglie la sete e comportamenti sbagliati qui non ce li possiamo permettere. Il modo in cui ci moviamo al massimo ci fa sembrare dei disadattati caratteriali, ma anche questo non è un problema, visto che non ci vede nessuno.
Lontani da tutto, concentrati su quello che è rilevante in questo momento, scaliamo, pienamente motivati, tiro dopo tiro, la parete del Jebel Misht. Continuiamo a rimandare nostro bivacco in parete. Dopo oltre undici ore di arrampicata raggiungiamo la vetta, ancora prima che diventi buio. Qui, vicino al fuoco, passiamo una notte comunque fredda.
Informazioni: Parete sudest Jebel Misht – Oman Prima scalata della via “shukran” VII 1000 m 23 SL 14 febbraio 2006 Helli Gargitter e Pauli Trenkwalder
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