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Nuovo Flyer Vaude Trekking Estate 2009
Il nuovo Flyer Vaude Trekking Estate 2009 è ottenibile nella sezione download.

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Nuovo Flyer Vaude Mountain Estate 2009
Il nuovo Flyer Vaude Mountain Estate 2009 è ottenibile nella sezione download.





  // Vaude // VAUDE sponsoring // Un nuovo racconto di Marco e Grazia  

Progetto 0-6962: l’Aconcagua dal mare, in stile "ciclo-andinistico"

Da sempre ci piace l'idea di realizzare piccole "spedizioni" indipendenti utilizzando la mountain bike come mezzo di avvicinamento alle montagne: l'Aconcagua, che, con i suoi 6962 m è la vetta più alta del continente americano, a poca distanza dalla costa dell'Oceano Pacifico, rappresenta un obiettivo decisamente interessante!

Il progetto prevede di iniziare a pedalare da Viña del Mar, località turistica cilena, fino all'ingresso del Parque Aconcagua e, dopo un numero adeguato di giorni per l’acclimatamento e la salita, riprendere le bici terminando la traversata a Mendoza, in Argentina.
Dopo un viaggio notturno in bus da Mendoza (Argentina) una mattina grigia e umida ci attende sulle coste cilene del Pacifico: un giro sul lungomare, qualche foto con le bici sulla spiaggia vicino all’antico molo e iniziamo a pedalare, direzione est.
Appena usciamo dalla cappa delle nebbie costiere ci troviamo in piena estate sudamericana: sole implacabile, senza un filo d’ombra. Impieghiamo 4 giorni per raggiungere il Parque Aconcagua, durante i quali rischiamo più volte un colpo di calore!
All’ostello di Penitentes, piccola località sciistica in prossimità della frontiera, recuperiamo i sacchi da spedizione e riorganizziamo il materiale per la salita: 42 kg sul basto di un mulo, il resto nello zaino per i tre giorni di avvicinamento al campo base.
Il mattino successivo saliamo in sella molto sbilanciati dal peso sulle spalle per pedalare i circa 12 km che portano alla Guarderia Horcones, l’ingresso del parco, quota 2850 m.
In circa 2 ore e mezza arriviamo al campo chiamato Confluencia, alla confluenza appunto tra i rii Horcones inferiore e superiore, quota 3300 m. Qui vale la pena trascorrere una giornata di acclimatamento risalendo la valle che porta ai piedi dell’impressionante parete sud dell’Aconcagua, con i suoi muri di ghiaccio e roccia che incombono per circa 2000 m di dislivello.
Intorno, le montagne di roccia sedimentaria mostrano con le loro sequenze di strati multicolori una pagina di storia geologica della terra, quando la catena andina si è innalzata dal fondo marino.
Una lunghissima giornata di cammino ci porta al campo base, chiamato Plaza de Mulas: a quota 4375 m una moltitudine di tende occupa una parte del vasto anfiteatro che corona la valle, dominato dall’elegante profilo del Cerro Cuerno e dai seracchi che scendono dal ghiacciaio Horcones.
Eravamo stati messi in guardia dall’atmosfera molto commerciale di Plaza de Mulas, poco in sintonia con la maestosità delle montagne. E’ vero: fa una certa impressione imbattersi in insegne che pubblicizzano birra e pizza o collegamenti internet satellitari a 4375 m di quota, però il clima tra i gruppi di partecipanti è decisamente cordiale e collaborativo, persino le guide argentine si dimostrano sempre gentili e simpatiche, anche nei confronti di chi come noi non è cliente di nessuno, per cui il tempo di permanenza al campo scorre piacevolmente.
Un’altra presenza significativa è quella dei medici del servizio organizzato dal Parco: sempre ragazzi giovanissimi, probabilmente alle loro prime esperienze professionali ma resi rapidamente esperti di medicina d’alta quota dal numero elevatissimo di persone che ogni giorno visitano.
Il nostro stato di forma viene giudicato “excelente” per cui affrontiamo la salita con spirito ottimista. La grande incognità sarà il tempo meteorologico: l’Aconcagua è tristemente famoso per le temperature rigidissime e per il viento blanco che può rendere impossibile procedere. La quota, inoltre, incute sempre un timore reverenziale: dovremo sfiorare i 7000 m!
La salita al Cerro Bonete, 5100 m di quota, e una giornata di trasporto materiale al campo avanzato di Nido de Condores a 5500 m costituiscono il nostro piano di acclimatamento.
Una copiosa nevicata pomeridiana trasforma il paesaggio: i ripidi pendii di detriti rossastri sono ora manti bianchi che ci fanno sognare gli sci lasciati a casa a metà della stagione invernale! Con passo lento ma regolare saliamo per la seconda volta a Nido de Condores: il passaggio dell’ennesima perturbazione ci regala un tramonto stupefacente dal punto di vista privilegiato di questo ampio terrazzo affacciato sul versante settentrionale della catena andina.
Il giorno successivo saliamo senza materiale alla quota di 5850 m del campo Berlin dove si trovano alcuni vecchi ripari in legno: una zona scelta da molti per posizionare un secondo campo avanzato. Noi ci limitiamo a passare un pò di tempo al sole e poi ritorniamo alla tenda a Nido de Condores, in modo da dormire a una quota meno elevata. Mettiamo la sveglia alle tre, prepariamo colazione a base di tè, muesli, gallette, miele e prima delle quattro siamo pronti a partire, con ramponi già calzati e super imbottiti da numerosi strati termici! Ci aspetta una salita molto lunga: circa 1500 m di dislivello che a queste quote non è uno scherzo!
La mattina è estremamente fredda e ventosa. Quando arriviamo al Portazuelo del viento - il nome è tutto un programma! - le raffiche di vento sono sempre più violente e sollevano la neve polverosa rendendo difficile respirare. Si tratta infatti di un piccolo valico che si affaccia sul lato occidentale del massiccio e che quindi riceve tutte le perturbazioni oceaniche.
Aspettiamo quasi un'ora a quota 6300 m riparati a malapena dai resti scardinati della piccola capanna di legno chiamata Independencia, nella speranza che la velocità del vento diminuisca. Qui la maggior parte degli altri alpinisti decide di tornare indietro, sconfitta dalle avversità atmosferiche e dalla stanchezza.
Decidiamo infine di provare a proseguire, vista la fatica fatta per arrivare fin qui: un secondo tentativo ci sembra abbastanza improbabile. Nel lungo traverso che porta alla base del pendio finale le condizioni atmosferiche sono finalmente accettabili, per cui continuiamo con un passo dopo l’altro, si può dire “lenti ma inesorabili”...
Fortunatamente la neve copre il pendio di detriti e rende meno faticosa, oltre che più affascinante, la salita coi ramponi.
Negli ultimi trecento metri di dislivello saliamo la cosiddetta canaleta, in realtà meno difficile di quanto venga descritto: non è un vero e proprio canale ma un pendio detritico che porta al crinale di collegamento tra la cima sud e la cima nord della montagna. La vera difficoltà da superare è la carenza di ossigeno, e quindi di energia! Il fatto di aver letto che qui avvengono la maggior parte dei “ritiri” non aiuta certo psicologicamente! Ma alla fine l’orizzone si allarga e raggiungiamo la cima! Una vasta piattaforma detritica “decorata” semplicemente da una piccola croce in alluminio... chissà cosa speravamo di trovare! Riusciamo appena a compiere il rito di spargere la sabbia portata fin qui dalla spiaggia del Cile e raccogliere una manciata di pietre da regalare ai nostri amici una volta tornati. Il panorama a 360° sulle cime della Cordillera è veramente fantastico: in lontananza, verso ovest, sotto un velo di foschia immaginiamo le onde dell’Oceano Pacifico che si infrangono sulla spiaggia da cui siamo partiti di Viña del Mar...
In meno di tre ore siamo già alla nostra microscopica ma leggerissima tenda, che ci accoglie per una notte di riposo!
Ancora un giorno per scendere a Plaza de Mulas e un altro interminabile per percorrere i circa 28 km fino a Guarderia Horcones. Qui ritroviamo le amate bici con cui “voliamo” fino all’ostello. Finalmente una doccia e un letto vero, seppure col sacco a pelo, e a cena una super torta di verdura, per noi vegetariani in crisi di astinenza... Dopo 12 giorni trascorsi in tenda all’interno del parco, gustiamo il piacere di qualche comodità in più!
A questo punto, completamente rilassati, non ci resta altro che riorganizzare il materiale e partire in bici alla volta di Mendoza. Il colle Cruz de Paramillos, a 3100 m di quota, ci regala un’ultima, inconsueta visione del “nostro” Aconcagua. Dopo aver svalicato ci aspetta una spettacolare discesa su sterrato fino alle terme di Villavicencio, immerse in un fitta nuvolaglia piovvigginosa. Mendoza ci accoglie come un miraggio, con i richiami della festa della vendemmia, l’ottimo vino rosso Malbec, le mille specialità del ristorante vegetariano più ricco mai incontrato nella nostra storia... per ricominciare (purtroppo) a recuperare i numerosi chili persi!
Ancora una volta l’abbinamento cicloescursionismo-alpinismo ha reso particolarmente interessante e avventuroso un progetto di salita, permettendoci di scoprire una zona più vasta di territorio rispetto a quanto attraversato a piedi e facendoci sentire veramente “indipendenti”. Quante altre montagne possono essere salite secondo questo stile? Accettiamo consigli!


Grazia Franzoni e Marco Berta
Savona
graziamarcobike@tiscali.it

LA LOGISTICA
La base logistica per la salita è la città di Mendoza, capoluogo della provincia omonima, a circa 700 m di quota, che si raggiunge in un paio di ore con un volo interno da Buenos Aires.
La stagione adatta ad effettuare la salita va da dicembre a fine febbraio.
Ci siamo appoggiati alla rete di ostelli “Campo Base” che ha sedi a Mendoza e alla base del Parque Provincial Aconcagua, ed è collegata all’omonima agenzia turistica.
Abbiamo organizzato la spedizione in completa autonomia, acquistando unicamente il servizio di trasporto dei sacchi fino al campo base dell’Aconcagua con il mulo (intorno a 100 dollari a mulo, per un carico massimo di 60 kg). Il permesso di ingresso al Parque Provincial Aconcagua e di salita alla vetta nella stagione 2005/2006 costava per gli stranieri in media stagione 700 pesos, equivalenti a circa 200 euro. Attualmente il costo della vita in Argentina è inferiore agli standard europei e nelle città è facile trovare servizi adatti ad ogni esigenza. Un pò più elevato è il costo della vita in Cile.
Per preventivare un viaggio di questo tipo è consigliabile disporre di almeno tre settimane di tempo; noi abbiamo utilizzato alcuni giorni “extra” per visitare interessanti parchi nella vicina provincia di San Juan e nei dintorni di Mendoza. Complessivamente si tratta di una meta che permette di avvicinarsi all’altissima quota senza eccessive complicazioni organizzative e senza costi esagerati, purchè ci si organizzi in modo autonomo.

MATERALE TECNICO
Tecnicamente la salita alla cima per la normale nord ovest non presenta particolari difficoltà, si tratta di una lunga e faticosa “escursione”. Da non sottovalutare sono i fattori temperatura e quota, si tratta pur sempre di un quasi “7000”. Se anche il vento gioca contro - ricordiamo che la nostra montagna è l’ostacolo contro il quale si scontrano tutte le perturbazioni dell’oceano Pacifico - la salita diventa quasi impossibile. Un ruolo importante è rappresentato dall’organizzazione della spedizione, specie se autonoma, e dalla strategia adottata per l’acclimatamento. Riuscire ad arrivare al “dia de la cumbre” (il “giorno della cima”) in condizioni fisiche e psicologiche ottimali e sperare che il tempo sia favorevole è veramente come giocare a scacchi con la montagna!
Indispensabile un’attrezzatura adeguata: tenda resistente ai forti venti tipici della zona, (Space Explorer, Space K2,Mark) sacco a pelo da spedizione, (Ice Peak, Argon Set, Arctic) calzature e abbigliamento tecnico sono fattori chiave per il successo della salita. Possono essere utili i ramponi (noi abbiamo usato il modello Alustar di Lucky da Nido alla vetta); la piccozza non dovrebbe mai servire, le pendenze infatti sono abbastanza dolci. Noi abbiamo portato una piccozza Snowlite di Lucky by VauDe per eccesso di scrupolo.
Anche corda e imbrago possono essere lasciati tranquillamente a casa, non essendoci ghiacciai nè passaggi di arrampicata. Gli scarponi, invece, devono essere assolutamente caldi e confortevoli; consigliamo vivamente quelli a doppio scafo con scarpette estraibili per un isolamento massimo. Attenzione anche alle mani, noi abbiamo utilizzato tre strati: sottoguanti in poliestere, moffole di lana cotta, sovraguanti. Una giacca Moonrunner di alta qualità completa la protezione “antifreddo”.


 
   
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